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Team Sky e Golden State Warriors: come comunica chi vince sempre?

golden state team sky

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Cosa hanno in comune Chris Froome e Stephen Curry? All’apparenza molto poco: Froome è un ciclista piuttosto sgraziato ma di estremo successo, mentre Curry è stato uno dei fattori centrali della trasformazione occorsa alla NBA nelle stagioni più recenti. Entrambi, però, sono il simbolo di due delle squadre più vittoriose degli ultimi anni in tutti gli sport professionistici.

Froome, fresco vincitore del Giro d’Italia 2018, è figura principale del Team Sky, squadra di ciclismo che in questi giorni festeggia l’ennesima vittoria al Tour de France con Geraint Thomas. Curry, invece, è il perno dei Golden State Warriors, franchigia che solo un mese fa ha festeggiato il terzo titolo negli ultimi quattro anni. NBA e ciclismo sono sistemi piuttosto chiusi: la lega cestistica statunitense conta 30 squadre, mentre le due divisioni maggiori del mondo della bici, Pro Tour e Continental, arrivano a 42 team.

È proprio per questo che il successo incredibile di queste due squadre ha una cassa di risonanza così evidente. La domanda da farsi, almeno per i temi trattati in questo blog, è: come comunicano queste due squadre, e riescono a farsi ben volere dai fan?

Tutti sul carro dei vincitori

Uno dei motivi per il quale il Team Sky e i Golden State Warriors sono molto, molto forti è costituito ovviamente dai loro roster. In casa Sky, oltre a Chris Froome, figurano attualmente cinque campioni nazionali a cronometro o in linea, tra i quali spicca Michal Kwiatkowski.

Questo corridore, in particolare, ha un curriculum di tutto rispetto, avendo vinto la Tirreno-Adriatico, l’Amstel Gold Race, un campionato del mondo e una classica monumento come la Milano-Sanremo.

Insomma, è un campione fatto e finito, eppure durante il Tour de France il suo ruolo è quello di gregario di Froome, il che significa dare tutto durante le salite per far sì che il proprio capitano possa essere messo nelle migliori condizioni possibili per attaccare.


Michal Kwiatkowski (a sinistra) insieme a Chris Froome (AP Photo/Laurent Rebours)

Allo stesso modo, Klay Thompson è uno dei migliori tiratori della storia della NBA, un difensore d’élite e un giocatore dall’intelligenza cestistica mostruosa. Insieme a Kyrie Irving è il mio giocatore preferito del basket moderno, se proprio ti interessa saperlo.

Il suo talento, però, è affiancato da stelle del calibro di Curry, Durant, Green e, dal prossimo anno, DeMarcus Cousins. Avrebbe tutti i presupposti per essere la stella assoluta in qualsiasi altra squadra della lega, eppure ha già dichiarato di non volersene andare dai Golden State Warriors e, anzi, è disposto a un “enorme sacrificio economico” pur di rimanere a San Francisco.

La cosa che accomuna Team Sky e Golden State Warriors, allora, è l’enorme capacità di attirare atleti di livello, disposti a sacrificare i propri successi personali pur di vincere. Ecco che da qui si può partire per capire uno dei possibili problemi comunicativi di queste squadre: sono irrimediabilmente antipatiche.

Team Sky: siamo anche noi umani, in fondo in fondo

Sembra essere un processo difficile da fermare: più Team Sky e Golden State Warriors vincono, e più gli atleti vogliono essere ingaggiati da queste due squadre. Più campioni vengono messi sotto contratto, e più vittorie arrivano.

Chi vince sempre, è risaputo, è veramente antipatico, e allora come fanno questi team a comunicare senza risultare altezzosi, arroganti o superbi? Il sito ufficiale del Team Sky si divide tra le notizie relative alle ultime corse e la descrizione di alcune iniziative speciali, come la visita di bambini appassionati al quartiere generale della squadra.

Su Twitter, oltre ai dati sulle corse, vengono diffusi i dietro le quinte delle gare e contributi speciali che riguardano i ciclisti in prima persona; gli stessi contenuti multimediali vengono riproposti, poi, su Instagram.

Il fresco vincitore del Tour de France, Geraint Thomas (in maglia gialla), con Chris Froome

Il sentiment del Team Sky è generalmente positivo, ed è possibile leggere commenti piuttosto benevoli sia verso i corridori che verso la squadra. Si tratta, in ogni caso, di numeri piccoli: i follower su Twitter sono 858 mila, quelli su Instagram 657 mila.

Il discorso cambia nel momento in cui si passa dal considerare la squadra nel suo complesso all’analizzare come vengono percepiti i singoli corridori. Chris Froome, ad esempio, è stato coinvolto negli scorsi mesi in un presunto caso legato all’utilizzo non regolamentare di sostanze per combattere l’asma. Il sentiment, qui, è decisamente più contrastato, e non bisogna scorrere molti tweet prima di arrivare a commenti del tipo:

“Bouuuuuuuuuuhhhhhh. Cheater !!! You are on the tour thanks to the financial power of your team. Please leave the tour for respect cycling”

“Leave the Tour and stop killing our beloved sport. You are a shame to the sport’s history, an insult to its great traditions and an absolute scandal of a team.”

“Yeah what a pair.. other teams and riders like @s_kruijswijk make the race and entertain, you just wait, follow and go for a boring, never exciting result. Your budgets are killing the sport #sky #cycling #Kruijswijk

La continua operazione simpatia di Froome

Il Team Sky fa della tecnologia e del metodo una costante del proprio modo di essere: le tappe di montagna vengono corse sviluppando un ritmo molto alto, in modo da accompagnare l’azione di Froome e impedire quella degli avversari.

È un modo di correre poco spettacolare, un po’ robotico ed evidentemente poco amato, ed è per questo che lo schivo e timido Froome ha tentato più volte di risultare “più umano”. Durante il Giro d’Italia appena trascorso, ad esempio, il campione britannico non si sottraeva a interviste e domande, affrontate sfoggiando peraltro un buon italiano.

C’è un però: il caso legato al possibile utilizzo improprio di sostanze da parte di Froome è una ferita che non sembra rimarginarsi, almeno nel caso del pubblico francese, che non ha fatto mistero di disapprovare la presenza dell’intero Team Sky al Tour de France. Le scalate alle montagne transalpine più famose, come l’Alpe d’Huez, sono accompagnate da costanti segni di disapprovazione, fino a sfociare in spintoni e sputi.

Golden State Warriors: dobbiamo proprio essere simpatici?

La presenza sui social dei Golden State Warriors è piuttosto uniforme. Nella classifica che ordina le squadre NBA in base alla loro fan base su Facebook, di cui ho già parlato in questo articolo, la franchigia californiana occupa il quarto posto, con 11,08 milioni di utenti.

Su Twitter i Golden State Warriors contano 5,86 milioni di follower, mentre su Instagram spiccano 9,01 milioni di sostenitori. I contenuti condivisi, così come nel caso del Team Sky, riguardano gustosi dietro le quinte della vita della squadra, oltre che reportage di avvenimenti particolarmente importanti. Il sentiment su Twitter è piuttosto favorevole, e i commenti che è possibile leggere nei vari post sono generalmente positivi.

L’orso ballerino e altri animali fantastici

Una squadra annoiata, snob avant-hipster (come si legge in questo bellissimo articolo di Ultimo Uomo) o, semplicemente, antipatica e fiera di esserlo. I Golden State Warriors sono lo schiacciasassi della NBA, la franchigia che ha cambiato il modo di giocare dell’intera lega e che si è ritrovata per le mani un gruppo di giovani straordinari cui si sono aggiunti, negli anni, All-Star e role player dal livello veramente elevato.

La squadra polarizza le opinioni a causa delle forti personalità di cui si compone. Draymond Green, soprannominato l’orso ballerino, è il tipico giocatore sopra le righe che puoi veramente amare solo se gioca nella squadra per cui tifi. Stephen Curry, nominato per la prima volta nella storia MVP all’unanimità, è odiato per una lunga serie di motivi.

seriamente, dopo tre punti del genere, la voglia di tirargli un pugno in faccia un po’ ti viene

Kevin Durant, poi, ha scatenato una vera e propria sommossa popolare quando, nell’estate del 2016, ha deciso di passare proprio ai Golden State Warriors.

L’odio della gente era da ricercare proprio nel fatto che Durant, atleta dotato di classe sopraffina, avesse scelto di andare a giocare nella squadra più forte solo per vincere il titolo NBA, piuttosto che provare a ottenere vittorie nel team per la quale aveva sempre giocato, gli Oklahoma City Thunder.

E se, come dice il New York Post, “l’odio per Durant non conosce fine”, è anche vero che lo stesso asso del basket non ha lasciato trasparire la più conciliante delle immagini, visti i suoi numerosi battibecchi via social network con tifosi e altri giocatori.

Anche il coach dei Golden State Warriors, Steve Kerr, ha dimostrato in certe occasioni che la parte dell’antipatico gli riesce piuttosto bene. In una conferenza stampa diventata ormai celebre, l’ex compagno di Michael Jordan nei Chicago Bulls si è preso gioco di un giornalista (per la verità scusandosi subito dopo) che gli chiedeva quante probabilità avesse Curry di giocare la prossima partita:

Forti e fieri di esserlo

Le squadre forti saranno sempre le più potenti e le più odiate, in ogni contesto e situazione. D’altra parte, per fare un esempio calcistico, in Italia il team più odiato è quello che ha comprato Cristiano Ronaldo ed è posseduto da una delle famiglie più potenti del paese.

Nel caso di Team Sky e dei Golden State Warriors, il modo in cui si sceglie di comunicare al pubblico il proprio messaggio non sembra risentire in maniera evidente del possibile carico di antipatia (o invidia) dei fan delle altre squadre.

Pur appartenendo a due ambienti completamente diversi, sia per risonanza internazionale che per numero di appassionati coinvolti, queste due squadre continuano a macinare successi senza preoccuparsi di piacere per forza. Il discorso varia se si pensa ai singoli atleti, ma in questo caso le variabili in gioco sono differenti e molto numerose.

E quindi, come comunica chi vince sempre? In maniera apparentemente normale, lasciando che la grande base di consumatori/sostenitori/ambasciatori, cresciuta a dismisura a causa delle vittorie, si prenda il compito di rispondere alle critiche e difendere l’immagine del brand. Fino al prossimo trionfo.

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