Disoccupazione giovanile in Italia: sono come noi, ma si sentono peggio

disoccupazione giovanile italia
La Disoccupazione Giovanile in Italia è un fenomeno che ha cause profonde e conseguenze gravi. Cosa prova chi è Senza Lavoro, ed esistono soluzioni? Vediamo.

ti piace? condividi!

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su email

Il tema del lavoro online, di cui spesso mi occupo, si intreccia inevitabilmente con quello della disoccupazione giovanile in Italia. Dietro a ogni percentuale che spunta fuori sui giornali ogni mese, ci sono storie di ragazzi e ragazze che per qualche motivo non riescono a farcela. Ed è una cosa che negli ultimi tempi mi sta turbando sempre di più. Perché riguarda persone a me vicine e, in alcuni casi, a me care.

In questo articolo voglio cercare di affrontare la questione da tutti e due i lati. Dalla parte di chi oggi lavora, di chi per ora ce l’ha fatta. E dalla parte di chi ha perso il filo. O forse non l’ha mai trovato.

Cosa prova uno che è disoccupato

Io oggi faccio lo splendido sul mio bel blog, parlo di lavoro e cose così. Ma non meno di cinque anni fa ero come loro. Come chi non lavora. Lo so bene cosa si prova. All’inizio, magari appena dopo la laurea o il diploma, hai un misto di aspettative, un friccicorìo che ti fa sognare prospettive. Non sai bene cosa, ma sai che potrebbe succedere.

Questo è ancora più vero quando non conosci quali sono le tue prospettive. Io, ad esempio, ho affrontato due corsi di laurea senza sapere bene cosa avrei fatto dopo. Anche perché all’università – almeno quelle che ho frequentato – non è che si parli poi molto di quello che farai una volta dopo. In una visione idealistica delle cose, contro ogni evidenza, sognavo in modo melodrammatico che l’arte avrebbe provveduto a salvarmi. Speravo di scrivere di videogiochi. O magari di diventare un musicista. In maniera abbastanza clamorosa, sono arrivato vicino a una di queste ipotesi, visto che oggi campo grazie alle parole. Sono pure finito su Gazzetta del Sud, pensa tu.

articolo gazzetta del sud
“parole dure. parole dure di un uomo davvero strano.”

Ma prima di arrivare alla notorietà di un trafiletto sul giornale, sono passato attraverso un anno abbondante di disoccupazione pura. E in quei mesi ho provato sensazioni che non credevo potessero coesistere. Perché quando sei disoccupato, e hai una famiglia che ti può mantenere, vivi cose strane da descrivere. Il mio sentimento più evidente era la vergogna. Ricordo chiaramente di aver pianto come un cretino in bagno un paio di volte. In alcuni casi mi sentivo un fallito. In altri uno che non si impegnava abbastanza. Perché se uno si impegna – e che cavolo – qualcosa dovrà pur saltare fuori, no?

Allo stesso tempo, però, quella vergogna diventa bella. Ti dà calore, sembra una coperta, qualcosa che ti si spalma sopra. Ci diventi comodo, in quella situazione. Mi ricordo bene la mia routine da disoccupato:

  • Mi alzavo alle 9;
  • Al mattino, due ore di ricerca lavoro;
  • Pausa pranzo;
  • Pomeriggio, altre due ore o più di ricerca lavoro;
  • Cena;
  • Letto.

La cosa affascinante è che anche questa routine deprimente diventa qualcosa di prezioso. Perché ogni volta che incroci un annuncio che potrebbe essere un minimo interessante, e che magari potrebbe anche tramutarsi in lavoro vero, rischi di perderla. Se lavori, corri il pericolo di non poter stare a casa tutto il giorno. Di perdere le tue abitudini. Ci pensi, dici, è ovvio che voglio lavorare. Ma non è così scontato, e non è nemmeno una questione di essere fannulloni o meno.

In pochi mesi, sono passato attraverso tutte le esperienze più iconiche che un millennial disoccupato può provare. Lo stage gratuito. La domanda a Garanzia Giovani. Il centro per l’impiego. Il divano di casa. Il foglietto Excel per tenere traccia di tutti i curriculum inviati (questo non so se lo fanno tutti in effetti). Ce l’ho ancora questo file, come fosse un monumento. A futura memoria.

panorama south working
a 10 minuti da casa mia puoi imbatterti in questo. Che problemi può avere uno che vive in un posto così? eh

Hanging on a quiet desperation is the jobless way

E poi un giorno capisci che sono passati dieci anni. Nessuno ha detto quando dovevi cominciare a correre, ti sei perso la partenza. Non so se i Pink Floyd in Time volessero parlare di disoccupazione giovanile nel 2021 (anche se non lo escludo). In quella che secondo me è per distacco la loro canzone più bella, riescono però a cogliere un aspetto centrale della vita di chi si trova senza lavoro, o non ne ha mai avuto uno. Il tempo.

Quando passa così tanto tempo e tu non riesci a trovare lavoro, sia dopo il diploma che la laurea, inizi a cambiare. Semplicemente, invecchi. Inizi a perdere i capelli. Una porzione di barba comincia a ingrigirsi. Fai la panza. Posso parlare solo per il lato maschile, evidentemente, ma non mi pare complicato cogliere le sfumature femminili del discorso.

E sembrano cavolate, ma non lo sono per niente. Qualche tempo fa ho incontrato un amico di quando ero adolescente. Disoccupato. Da piccolo aveva i capelli lunghi, suonava la chitarra. Era un figo ma di quelli accessibili, che non se la tiravano. Oggi ha i capelli corti, un po’ di tartaro tra i denti. Non è un relitto umano, nella maniera più assoluta. Però lo vedi che ha qualcosa dentro. Da come parla, da come ti guarda.

Se non lavori, poi, non puoi andartene da casa. Rimani figlio a vita. Secondo John Fante certi uomini nascono per fare i padri, e altri per fare i figli. Però lui lo diceva quando era già ammogliato e con prole, se ricordo bene. Qui è un altro discorso. Non hai nemmeno la prospettiva di cambiare, di farcela.

Le conseguenze della disoccupazione giovanile in Italia

Non posso stare qui a elencare informazioni come il tasso di disoccupazione giovanile in Italia o cose del genere. Trovi questi dati in articoli certo più validi di quello che stai leggendo adesso. Ma so capire quali sono le conseguenze del rimanere senza lavoro per tanto tempo, le vedo tutti i giorni.

Quando sei senza lavoro non sei veramente qualcosa. Non hai un posto nel mondo. E allora a poco a poco inizi a cambiare. Guardi gli altri che vanno avanti e tu, per qualche motivo, rimani fermo. Il sentimento che ti prende è l’amarezza. Diventi disilluso, guardi il brutto delle cose. Passi le giornate a girare su internet, a finire in posti strani della tua mente (e del web) dove non dovresti essere.

E puoi iniziare a dare colpe. Un po’ a tutti e a tutto. Stai tanto a casa, magari. E anche quando ti scordi che per un attimo sei senza lavoro, quando magari ti viene voglia di uscire e prendere un po’ d’aria, basta una allusione (spesso involontaria) di qualsiasi tipo a intristirti. E così i giorni passano. Con tuo padre e tua madre, poca vita, sempre uguale, storpiando Lucio Dalla.

Esistono soluzioni alla disoccupazione giovanile in Italia?

Mettersi qui a snocciolare le cause della disoccupazione giovanile mi pare poco utile. Così come non sono in grado di dare soluzioni valide per tutti. Nel mio caso, però, il rimedio l’ho trovato, e alla fine dei conti si tratta del south working. Grazie a internet posso lavorare con aziende di tutta Italia senza muovermi dal mio paesello, e questa è una cosa che solo una decina di anni fa non avrei potuto fare. Ce l’ho fatta io, ce la possono fare centinaia di altri ragazzi e ragazze, non ho veramente alcun dubbio su questo. E se ne stanno accorgendo anche le aziende, se è vero che ormai è possibile vedere pubblicità di questo tipo:

lavori da casa, ti serve internet. semplice

Quindi sì, non è necessario per forza prendere la valigia di cartone e andare in giro per l’Italia (o per l’Europa) a cercare fortuna. Ovvio, non è un discorso che vale per tutti i lavori e tutte le persone. Però la possibilità per alcuni c’è. Quindi animo, su.

Il brutto dubbio che ho (e non mi deve venire) in mente

Tu che sei dall’altra parte, che vedi questi ragazzi e ragazze che non trovano lavoro, che girano per le strade del tuo paese, lo sai quello che stanno passando. Lo sai che si trovano in una situazione che ti si appicca addosso, dalla quale non è facile uscire. Lo sai che sono incastrati in un circolo che non è facile rompere.

Però nella testa c’è una vocina maligna che torna a galla ogni tanto. E non vorresti, ma ogni tanto torna. Perché se dopo 5, 10 o 15 anni non sono ancora riusciti a trovare lavoro, allora ci deve essere qualcosa. DEVE essere colpa loro. Non può essere solo sfortuna, no? Voglio dire, io ce l’ho fatta, mi sono inventato un lavoro praticamente da zero, in un ambito nel quale ero preparato e avevo studiato ma solo fino a un certo punto (un copywriter non ha bisogno di laurearsi in economia aziendale, che io sappia). E allora perché loro non ce la fanno, restano indietro?

È un discorso che mi mette sempre una grande tristezza, e a cui non so dare un senso completo. Perché mi rendo conto che a essere di là, uno di loro, è veramente un attimo. Una mail che finisce nello spam e non riesci a leggere. Un annuncio che ti sfugge sui cinquanta siti che controlli ogni giorno. Una frase scritta male su Linkedin, che magari fa desistere un HR a caccia di nuove reclute.

Sono stato disoccupato 488 giorni, tra il 2015 e il 2016. Da quando mi sono laureato in marketing a quando ho scritto il primo copy che mi ha fruttato qualche soldo. Non è un caso che io sia riuscito a trovare lavoro, al sud, tutto da solo. E questo mi rende orgoglioso, ma non mi consola per tutti gli altri che ancora non ce la fanno. Per colpa loro o meno.

guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
Articoli correlati

Sai che forse potrebbero interessarti anche questi post?

Disoccupazione giovanile in Italia: sono come noi, ma si sentono peggio