Rimanete svegli: David Foster Wallace e il legame noia-scrittura

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Nell'era in cui l'informazione è accessibile e libera come non mai, la noia costituisce uno degli strumenti più potenti per indirizzare l'attenzione dei lettori.

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Leggere David Foster Wallace è una di quelle esperienze che – senza tirarmela troppo – mi ha cambiato. E anche se ammetto di non aver capito proprio tutto tutto di alcuni libri, ci sono tanti messaggi che mi sono rimasti scolpiti nella mente. Come quello che riguarda la noia, e il suo possibile rapporto con la scrittura.

Ti spiego meglio di che si tratta.

Forza Simba!

Ogni volta che iniziano le primarie per la corsa alla Casa Bianca, mi torna in mente un saggio straordinario di David Foster Wallace, chiamato “Forza Simba”. Racconta della campagna di John McCain durante le elezioni del 2000, ed è di una bellezza struggente, come molte delle opere dello scrittore di Chicago. La cosa più interessante, almeno ai fini di questo articolo, è sicuramente il finale. Non posso riprendere proprio tutto, per ovvie ragioni, però voglio sottolineare le ultime righe. Dicevano:

Piazzista o leader o tutte e due le cose o nessuna che sia, il paradosso finale – quello più minuscolo e centrale, perso nelle profondità remote di tutte le altre scatole e riquadri rotanti che formano il puzzle della campagna elettorale e rivestono McCain – è che il fatto che lui sia davvero ‘reale’ dipende meno da ciò che c’è nel suo cuore che da ciò che c’è nel vostro. Cercate di rimanere svegli.

Due cose sono importanti. La prima è la spettacolare riflessione sulla natura dei leader politici, su cui riversiamo quello che in fondo è dentro di noi (citofonate notturne, pescetti, amor di patria, ponti aperti, porti chiusi, muri da alzare o abbattere e via del genere). L’esortazione a rimanere svegli invece è un invito, anzi quasi una supplica, che in epoca di fake news è attuale come non mai.

Perché il contrario di rimanere svegli è dormire, e spesso prima di dormire ci si annoia. E da qui voglio partire per tracciare un possibile punto di contatto con la scrittura.

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David Foster Wallace, scomparso nel 2003. Il suo punto di vista, oggi, sarebbe servito come il pane

David Foster Wallace ci ricorda che ci si può addormentare in vari modi

Ci sono due categorie di persone: quelle che per dormire devono avere assoluto silenzio, e quelle che riescono a ronfare anche nel casino generale, con radio e TV in sottofondo. La stessa cosa succede con le informazioni. La nostra mente si addormenta quando non c’è niente in sottofondo, oppure quando c’è troppo casino.

Ma prima di stendersi su un ideale divano mentale e addormentarsi, ci si deve annoiare. E la noia è uno strumento comunicativo tra i più efficaci.

A prima vista sembra essere un fatto che ha veramente poco senso: copywriter, articolisti, ghostwriter e tutti i professionisti della scrittura devono fare in modo che le loro creazioni siano avvincenti, ma questo non è sempre vero. Il fatto che un testo sia interessante presuppone che ci sia la volontà che questo sia letto, capito e magari interpretato in maniera personale.

E invece alcuni contenuti, per un motivo o per un altro, presentano una scrittura che genera noia e disinteresse.

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gattino che dorme (inserito per motivi di SEO)

La lezione di David Foster Wallace

Torniamo nuovamente a David Foster Wallace. Nel suo splendido (e purtroppo incompleto) libro Il re Pallido lo scrittore parla, tra le altre cose, di noia.

Utilizzando il suo stile fatto di periodi infiniti e ricchi di subordinate (tutte cose che un SEO copywriter non dovrebbe fare neanche sotto tortura), l’autore arriva a illustrare la potenza della noia nella scrittura.

Nel capitolo nove Wallace scrive dei cambiamenti occorsi all’Agenzia delle Entrate americana durante gli anni ’80. Cambiamenti, secondo l’autore, che avevano un impatto sulla vita di tutti i cittadini, ma praticamente sconosciuti ai più. Perché succedeva tutto ciò? Lo dice lo stesso scrittore:

L’argomento politica e amministrazione fiscale è noioso. Enormemente, spettacolarmente noioso.

Qui sta il punto: nel momento in cui si deve scrivere un testo ma non lo si vuole far leggere – per qualsiasi motivo – è necessario che sia noioso. Scrive ancora Wallace:

…la monotonia astrusa in realtà è uno scudo molto più efficace della segretezza. Perché il grande svantaggio della segretezza sta nel fatto che è interessante. La gente è attratta dai segreti; non può farne a meno.

Lo scrittore si riferiva alla Pubblica Amministrazione americana, ma evidentemente è un discorso che vale a tutte le latitudini. Politiche, aziendali, commerciali. Anche familiari, volendo.

Soprattutto la dinamica legata alla segretezza è interessante. Pensa alla Costituzione: è disponibile a tutti, gratuitamente, in ogni momento del giorno e della notte (a questo link, già che ci siamo). Chiunque potrebbe andare a vedere gli articoli che governano le funzioni dello Stato e farsi un’idea chiara, eppure in pochi lo fanno. Perché? Perché è una gran noia, ecco perché.

Se domani il Governo decidesse, che ne so, di fucilare sul posto chiunque venisse sorpreso a leggere la Costituzione, sono abbastanza sicuro che nascerebbero gruppi di lettura segreta, o capannelli di rivoluzionari nascosti nei sottoscala a leggere articoli. Funzioniamo così, c’è poco da fare.

rivelazione: lui finiva così perché tentava di leggere la Costituzione

Le conseguenze della scrittura noiosa

È normale che la Costituzione, così come altri fonti giuridiche, non siano scritte volontariamente in maniera noiosa. Questi testi, però, risultano tali a causa di un linguaggio tecnico che è ben poco amichevole nei confronti del lettore.

Scrivere con l’obiettivo di annoiare (magari nel caso dei documenti bancari), è comunque una tecnica piuttosto efficace, che spinge a fare altro e a ignorare una cosa esposta alla luce del sole. Lo stesso meccanismo basato sulla noia attanaglia anche il mondo dell’informazione. Annamaria Testa (che ha sicuramente più voce in capitolo di me su questi temi – anzi, su qualsiasi tema in generale), spiega in Gli italiani non si informano che la popolazione italiana è ben poco propensa a prendere atto di cosa succede nel mondo. E questo non riguarda solo la carta stampana, ma anche il web.

Nel nostro paese, infatti, è evidente una “decrescente attitudine a prendere contatto coi fatti e coi dati”, a fronte però di una libertà totale nella scelta delle fonti. L’informazione, in teoria, è un processo che prevede un ruolo sempre più attivo da parte dell’utente, che ha la (noiosa, noiosissima) possibilità di scegliere le fonti giudicate più veritiere.

La conseguenza finale di tutto ciò è che, per sfuggire alla rottura di scatole di dover agire attivamente per potersi informare, siamo attratti dal luccichio di cose meno noiose e che ci riguardano in prima persona.

io non sto sbadigliando. tu stai sbadigliando

Avete la mia completa attenzione

Le cose noiose – volutamente noiose o meno – vengono quindi sovrastate da un luccichio che ci riguarda in prima persona. E questo è un fatto importante. Perché approcciarsi alle cose facedole eccessivamente nostre, schierandoci fortemente da una parte, genera rumore – e il rumore, come cerco di spiegare, porta alla noia, e la noia fa dormire.

In uno degli ultimi saggi di Wallace, “Decisorizzazione 2007”, lo scrittore buttava lì una definizione che si può applicare praticamente a ogni dibattito politico, sociale e culturale che oggi avviene un po’ su qualsiasi mezzo di comunicazione. Parlando della rielezione di George W. Bush come presidente americano nel 2004, Wallace osservava:

“Tranquilli, non mi sto preparando a un discorso specifico sull’amministrazione Bush […] Un simile discorso qui sarebbe solo rumore – ridondante per i lettori che la pensano come me, fesserie tendenzione per chi la pensa diversamente.”

Generare rumore, quindi, è un’altra strada per creare contenuti noiosi, contenuti facilmente raggiungibili ma che al tempo stesso non verranno letti. E come in una specie di circolo vizioso, di cane che cerca di mordersi la coda, Wallace cerca di dare anche a una risposta al perché la noia sia destinata a rimanere.

Perché in certi casi è una pura e semplice forma di difesa, contro qualcosa che altrimenti ci richiederebbe un ingente dispendio di tempo. E noi non ne vogliamo sprecare tempo, no? Sempre nello stesso saggio citato in precedenza, si può leggere:

“La nostra emergenza è in parte che ormai si è fortemente tentati di fare così, di ritirarsi nell’arroganza angusta, nelle posizioni preconcette […] L’alternativa è avere a che fare con enormi quantità super entropiche di informazione, ambiguità, conflitto e fluttuazione e scoprire di continuo nuovi panorami di ignoranza e illusione personale.”

David Foster Wallace scriveva questo nel 2007. Facebook era agli inizi, Twitter era agli inizi, Youtube aveva un paio di anni, Instagram non esisteva. Wow. Dimmi tu se, oggi, questo discorso non ci starebbe davvero bene in un trattato su fake news e analfabetismo funzionale. E poi sulla politica, sul vanto di essere ignoranti, su professoroni, giornaloni e radical chic. E su bacioni, rosiconi, buonismi (e altri ismi), rottamatori e via dicendo. Insomma, sulla comunicazione in genere. Tanti di quegli spunti da far perdere la testa. Ne avremmo veramente bisogno, oggi, di un tizio capace di dire cose del genere, di uno capace di ammettere che:

“Cercare di essere informati e colti oggi significa sentirsi quasi sempre stupidi, e aver bisogno di aiuto. Più chiaro di cosi non so dirlo.”

du du du du da da da da da

Attenti: la noia è il sintomo, non la malattia

Ora, nel mio caso questo articolo doveva essere abbastanza interessante da spingere a leggerlo fino in fondo. A te che lo hai fatto va una bella stretta di mano. Mentre tu, lettore annoiato che non finirai mai questo paragrafo, dedico un altro estratto de Il Re Pallido che ci dice di fare attenzione. Anche la noia, nella scrittura così come nella vita, forse ha un valore:

  …le persone viventi non parlano granché della noia. Di quelle parti della vita che sono e devono essere noiose. Perché questo silenzio? Forse perché l’argomento è, di per sé, noioso […] Io, però, ritengo che potrebbe esserci di più, enormemente di più, proprio qui davanti a noi, nascosto dalla sua stessa mole.

In altre parole (almeno per come la vedo io): la noia è una specie di sintomo. Se non curato, può portare all’addormentamento, con tutte le conseguenze del caso. Ma rovistando tra le sue pieghe, si può anche trovare qualche appiglio, qualcosa che consenta – appunto – di svegliarsi.

E rimanere svegli sembra esssere più che mai un dovere, piuttosto che un invito. Dobbiamo rimanere svegli noi, che scriviamo cose che la gente poi va a leggere. E deve rimanere sveglio chi legge, perché solo così può selezionare le informazioni necessarie – e separarle dal rumore.

E, tanto per fare un esempio, rimanere svegli non significa preferire una parte politica piuttosto che un’altra (magari spernacchiando chi non la pensa come noi). Ma significa – sempre per come la vedo io – cercare di comprendere, intuire, partire dalla drammatica realtà della nostra ignoranza per cercare di capirci qualcosa in più. Sapendo che – entro un certo livello – non ci riusciremo.

Vale quando si legge un documento bancario, e vale quando si va su Facebook a informarsi sulle ultime notizie.

Perciò annoiamoci pure. Però, poi, cerchiamo di rimanere svegli. Per davvero.

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