Formula 1 Rai: come si raccontava una volta il motorsport? Era meglio?

formula 1 rai in televisione
Il modo in cui si racconta lo sport è cambiato tantissimo negli ultimi 20 anni. Il confronto tra F1 Rai e Sky Sport F1 è forse uno di quelli che aiuta a capire meglio questa faccenda.

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Un cordiale saluto, e benvenuto a questo articolo sul rapporto tra Formula 1 e Rai. Un binomio che per anni ha rappresentato un classico della domenica italiana dedicata ai motori. Che cominciava prima con la sigla indimenticabile di Gran Prix con Andrea De Adamich (che non era sulla Rai, va detto), proseguiva con l’inizio del gran premio e finiva con una sonora ronfata sul divano.

Oggi siamo tutti molto più fighi, connessi e veloci. E quindi anche la formula 1 in televisione è cambiata. Ma in che modo? Che differenza c’è tra ieri e oggi, e quale versione del racconto del motorsport è migliore?

Non lo so. Ma intanto cerchiamo di fare chiarezza introducendo i segreti di questo tracciato.

I Gran Premi F1 Rai come esperienza mistica

Chi è della mia generazione magari non ha vissuto le telecronache antecedenti al duo Mazzoni-Capelli, o magari non le ricorda. Potendo parlare solo di quello che ho visto e sentito, mi pare evidente che le differenze tra ieri e oggi siano molteplici. Nel linguaggio, nell’impostazione, nell’estetica anche.

La formula 1 degli anni ’90 era uno sport un po’ meno figo di oggi. Resisteva ancora qualche pilota col baffetto, i rapporti di forza su pista erano totalmente diversi, le persone erano diverse. In tutto questo turbinio, il gran premio trasmesso sulla Rai aveva alcune certezze. Per prima la coppia di telecronisti, Gianfranco Mazzoni e Ivan Capelli. Gli inviati a bordo pista, Ettore Giovannelli e Stella Bruno. L’analisi tecnica di Giorgio Piola.

La gara cominciava proprio con il giornalismo d’assalto di Ettore Giovannelli. Non conosco bene la sua vita professionale (e come potrei, tutto sommato), ma credo che la congiunzione astrale formata dal fatto di essere stato assunto in RAI negli anni ’90 e conoscere il tedesco durante l’epopea di Schumacher alla Ferrari abbia rappresentato una combinazione irresistibile. Imperdibili le sue interviste al volo al pilota teutonico, arricchite da argute osservazioni sui rituali pregara del sette volte campione del mondo (arriva alla fine del video e capisci di cosa si sta parlando):

grazie a Ettore Giovannelli tutta Italia riceveva puntuali aggiornamenti sulla naturale regolarità di Schumi.

Si passava poi al momento della partenza. Dove ancora magari non si era stati del tutto sconfitti dalla digestione post-pranzo domenicale, e si voleva raccogliere tutta la concitazione di quei momenti. E qui entrava in scena Ivan Capelli, ex pilota di talento che insieme a Mazzoni ha costituito il simbolo di F1 Rai. Lui era chiamato a illustrare i segreti della pista, tra un impappinamento e l’altro.

Dopo il giro di ricognizione, veniva il momento del semaforo verde. E qui, scherzi a parte, la capacità che aveva Mazzoni di raccontare tutto quello che succedeva su pista, enfatizzando le fasi più drammatiche, erano spettacolari. Poi oh, poteva capitare pure qualche abbaglio di tanto in tanto. Tipo a Spa ’98, teatro di uno degli incidenti più spettacolari di sempre, dove un attimo prima delle decine di uscite di pista per Mazzoni “era tutto regolare”:

oggi, semplicemente, in queste condizioni non si parte. giusto, sbagliato, ma è così

Con la gara che si stabilizzava, entrava in scena l’inviata dai box, Stella Bruno. Ovviamente non sono qui a esprimere giudizi su una professionista che lavora da anni in un campo non mio, nemmeno per sogno. Ma se su Youtube nei risultati correlati escono fuori cose del tipo “Stella bruno inutile” o “Stella Bruno gaffe”, vuol dire che il giudizio popolare come minimo tende verso una certa direzione. Ma va bene così, perché durante la gara, lanciata dal un irresistibile “Stella, Vai!” di Mazzoni, la giornalista illuminava i gran premi con i suoi interventi ficcanti. E non mancava di incalzare i grandi personaggi dell’epoca con domande che definire scomode è poco:

Stella, vai!

A fine gara era il momento di lasciare spazio alla “grande festa del podio”, fine di un rituale domenicale che lasciava giusto lo spazio per riprendersi un attimo, e rituffarsi nello sport, questa volta con 90° minuto. E poi Mai Dire Gol, e magari X-files. Tutto questo per non ricordarsi che la mattina dopo si sarebbe dovuti tornare a scuola.

Cambia tutto: arriva Sky Sport, il gran premio diventa show

A partire dal 2018, la Formula 1 viene trasmessa interamente su Sky Sport. E quindi per guardare la Ferrari bisogna pagare un abbonamento. Come prevedibile, tutta l’impostazione cambia, e con essa pure i linguaggi, i ritmi, le procedure. La formula 1 in televisione si avvicina sempre più a uno show televisivo, anche per via del cambio al vertice dello sport stesso (con l’arrivo dell’americana Liberty Media a gestire tutta la faccenda).

E cambiano quindi i protagonisti del racconto. Il raffronto è facile da fare, anche se magari le posizioni non coincidono sempre in maniera perfetta:

  • Gianfranco Mazzoni diventa Carlo Vanzini
  • Ivan Capelli diventa Marc Genè
  • Stella Bruno diventa Mara Sangiorgio
  • Ettore Giovannelli diventa… di nuovo Mara Sangiorgio, il più delle volte

A questi si aggiunge il volto della F1 su Sky, Federica Masolin, insieme a Davide Valsecchi e Matteo Bobbi (anzi, Matteo-Bobbi-dalla-sky-sport-tech-room, come viene chiamato da Vanzini). Tutta gente preparatissima, in molti casi ex sportivi o ancora impegnati in competizioni. Insomma, a una prima occhiata sembrano se non altro persone messe lì per un motivo. Diciamo che non si ha la strisciante sensazione che a volte si aveva in Rai. Quella cioè che certe persone erano messe là perché ormai erano sotto contratto e, insomma, qualcosa gli si doveva pur far fare.

È una rivoluzione su tutta la linea. Sono tutti più giovani, più carini, più aggiornati. In qualche modo più seri, anche nelle esagerazioni. Perché ormai fare pole position non basta. È necessario strappare una “ppppoooooooool posiscion!“:

date un pilota a questa macchina! o una macchina a questo pilota, va bene uguale

Cambia pure l’estetica della formula 1. I gran premi si vivono anche grazie alle grafiche televisive, che introducono i colori associati ai vari settori della pista. Al tempo migliore corrisponde così il fucsia. Anzi, “fukkksiaaah“, secondo il rituale vanziniano. Vedi le differenze. Mazzoni non direbbe fucsia. Semmai viola. E poi fucsia non è un colore da Rai 1.

È un po’ lo stesso discorso che facevo nell’articolo che mette a confronto radiocronista e copywriter. La lingua utilizzata da Riccardo Cucchi, da Bruno Pizzul, è per forza di cose diversa da quella di Pardo e Caressa. Ci si deve adeguare, perché oltre a parlato cambiano tantissimo anche i modi di raccontare. Ad esempio tramite le sigle. Prima di tutto quella della F1, che con Liberty Media si avvicina a un misto tra telenovela e serie TV crime. E poi l’intro stessa proposta da Sky Sport, che assume toni epici.

Ci sono meno formule fisse rispetto a F1 Rai, ma comunque non mancano i tormentoni. Perché il grande Marc Genè, pilota con tutti i crismi, è ormai noto per i suoi frequenti “Wow”. Che nelle ultime stagioni si sono trasformati più in “Puah”, ma la sostanza sempre quella rimane:

uuuuau. uooo. oooohohohoho. uaaaa. aooo. uohhoho. puaaah.

Uno gufa, l’altro è odiato: perché F1 Rai è comunque meglio di Sky?

Il brevissimo confronto che cercato di fare sul racconto di gran premi e motorsport mi fare faccia giungere a una conclusione. Mi sembra che l’impressione sia quella di tendere a perdonare molto di più le inevitabili cavolate dette da Mazzoni e compagnia rispetto a quelle di Vanzini. Se si cercano le telecronache di formula 1 Rai del passato su Youtube troverai video su video di Mazzoni che gufa clamorosamente qualsiasi cosa stia girando su pista:

non sono gufate. è solo capacità di anticipare gli eventi

Tra gaffe, lapsus e sonore minchiate, guardare la formula 1 in televisione su Rai 1 era una bella impresa. Ma all’epoca – almeno io – non ci facevo tanto caso. Persino quando Mazzoni si lanciava, nel bel mezzo del gran premio, in gossip sfrenati. Perché sapere che Jenson Button ha partecipato (con successo) al triathlon delle Filippine andrà pur detto prima o poi, anche se intanto c’è un duello in pista. O no?

A Vanzini, invece, sembra non si perdoni quasi nulla. In molti sono a criticare il suo stile troppo sopra le righe. Certi dicono che imita Guido Meda, o che tifa troppo Ferrari (a questi ultimi direi di ascoltare Sky Sport F1 in versione inglese e il loro leggero appoggio per Hamilton). Ma questo credo sia più che altro un segno dei tempi, come provo a spiegare adesso.

A ogni epoca, il suo commento di formula 1

Ricordo chiaramente il gran premio di Jerez che doveva decidere il mondiale 1997. Quell’anno il duello era tra Villeneuve e Schumacher. Finì malissimo, con Schumi che tentò di reagire a un sorpasso del canadese, finendo nella ghiaia. È una sequenza che per qualche motivo mi è rimasta impressa nella mente:

non mi scorderò mai questa gara.

In questa piccola sequenza c’è forse la ragione per la quale le telecronache Rai F1 anni ’90 erano così apprezzate. Senti il garbo nell’esposizione, eppure la decisione nel condannare il comportamento di un pilota che, negli anni successivi, riscriverà la storia del motorsport. Saltiamo di una ventina di anni in avanti, e vediamo come Vanzini e Genè ci hanno reso protagonisti di un altro momento storico, ovvero l’ultimo giro del gran premio di Abu Dhabi 2021 che ha incoronato Max Verstappen campione del mondo:

un finale di mondiale mai visto prima.

È ovvio, è una telecronaca diversa. Comunica emozioni in modo diverso. Forse con meno misura, meno garbo. In generale meno distacco. Come sono le telecronache di oggi. Perché ormai siamo sempre più bombardati di stimoli di ogni tipo, e per ottenere un po’ della nostra attenzione si deve fare così. Certo, in questo modo viene meno la funzione di testimone che un telecronista dovrebbe avere (almeno secondo quanto diceva Riccardo Cucchi nel suo bel libro, Radiogol). Perché se urli come un pazzo a ogni duello, se fai trasparire così tanto le tue emozioni, alla fine diventa un diario, un’opinione. D’altra parte, se non urli come fai a far staccare lo sguardo dello spettatore dal cellulare, e a farlo andare sul televisore?

Com’è come non è, per sopravvivere ci si deve aggiornare per forza. Perché, secondo te Sandro Piccinini una ventina d’anni fa come avrebbe commentato il terzo gol del Real Madrid nella semifinale di Champions League contro il PSG? Una volta forse avrebbe urlato semplicemente “reteeeeee” come un forsennato. Ora ha bisogno di gridare “Non ci credoooo“. Di farci capire come si sente lui in prima persona. I tempi cambiano.

chissà in che modo Piccinini avrebbe commentato la mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali.

Tutto questo pippone mi è servito a dire semplicemente che, che ci devi fare, si va avanti. Il sospetto che l’affetto verso Mazzoni e Capelli sia semplicemente nostalgia di quando si era piccoli. Di quando si avevano meno pensieri, meno responsabilità, e la domenica era una festa vera. E conta che non c’erano i social, quindi l’irresistibile voglia che abbiamo di urlare pareri e opinioni ancora era ben nascosta nella nostra testa (dove farebbe bene a stare il più delle volte pure adesso, probabilmente).

È anche vero, però, che una volta tutta l’impostazione sembrava un po’, come dire, amatoriale. Senza mancare assolutamente di rispetto a tutti i professionisti che ci hanno regalato ore di intrattenimento, sia chiaro. Però forse è per questo che vogliamo generalmente bene ai commentatori della formula 1 sulla Rai. Forse è per questo che, almeno io, provo un moto di nostalgia e leggera tristezza quando vedo che Mazzoni è costretto a parlare di F1 solo in un trafiletto del telegiornale:

sullo sfondo, un sottile velo di tristezza.

Lo stile è sempre lo stesso. Impeccabile, misurato. Una cosa lontana anni luce da Vanzini che urla “PREDESTINATOOH” ogni volta che LeClerc cambia dalla settima all’ottava. Però ripeto, secondo me non è questione di chi è meglio di chi. È un discorso più complicato, e che riguarda il modo nel quale si cerca di comunicare lo sport – e quindi la vita, volendo fare i melodrammatici. E negli ultimi 30 anni, direi che la faccenda abbia subito diversi cambiamenti.

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Giuseppe

Articolo spassoso. Io sono dell’84 e condivido ogni virgola. Nostalgia a parte, oggettivamente, vince Rai 4/0.

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