Patterns in Repeat, la maternità secondo Laura Marling

laura marling patterns in repeat
Un album intimo e dalle tonalità calde, ottimo accompagnamento per le giornate invernali in smart working.

Un disco perfetto per il lavoro da casa, specie durante i mesi invernali, deve suggerire atmosfere calde, tranquille, quasi idilliache. E sono questi i sentimenti che suscita, fin dal primo ascolto, Patterns in Repeat di Laura Marling. La cantante inglese, dopo il già ottimo Songs for our Daughter, torna quindi con un album delizioso e raffinato, adatto a chi passa le giornate al PC in smart working.

Patterns in Repeat, essere mamma per Laura Marling

È sempre interessante capire come gli artisti reagiscono ai cambiamenti nelle loro esistenze. Katie Melua parlava del suo non essere madre in “Golden Record”, confrontando le dinamiche della sua vita con quella delle amiche:

Measuring out their lives with/Every passing school year/While you're on album number nine

La stessa dinamica veniva sottolineata, con toni e stili diversi, anche da Jenny Lewis, nella bella “Just one of the guys”:

There's only one difference between you and me/When I look at myself, all I can see/I'm just another lady without a baby​

Laura Marling parla invece dello step successivo (se arriva), ovvero quello della maternità. E lo fa con un disco di deliziose nenie che, come da suo stile, risultano eleganti, misurate ma non per questo poco sbarazzine. Basta guardare i versi di apertura della prima traccia del disco, Child of Mine:

You and your dad are dancing in the kitchen Life is slowing down, but it's still bitchin'

Quando Marling fa così, quando usa queste parole nel modo che lei e poche altre hanno, è un po’ come il Merovingio quando parla della lingua francese (come pulirsi il c*** con la seta, per chi non coglie la citazione).

Nel complesso, penso di poter dire che si tratta di un disco folk, o quello che è, che sta molto bene in sottofondo, magari mentre si sta scrivendo qualche articolo. L’assenza completa di percussioni e linee di basso evidenti, infatti, fa sì che le note fluiscano lente, quasi languide a volte. Se magari fuori piove e tu sei dentro al calduccio, è perfetto.

Le canzoni da ascoltare

Detto che si tratta di un album dall’ascolto lento e da ripetere più volte, sono almeno tre in Patterns in Repeat le canzoni degne di considerazione. La prima è la traccia di apertura, la già citata Child of Mine. Il brano fa capire quale sarà il carattere dell’intero disco: Marling, la chitarra, qualche accompagnamento di supporto e poco altro.

Una canzone strutturalmente semplice, con pochi accordi ripetuti (qualcosa tipo D, A, Bm e G in ordine sparso). È una presentazione generale delle tematiche del disco anche. La cantante parla della nascita del suo bambino con parole dolci e immagini evocative. La più bella mia pare nel quarto verso, dove dice:

Long nights, fast years so they say/Time won't ever feel the same/And I don't want to miss it/No I don't want to miss it/ And I'm not gonna miss it child of mine ​

Per quanto non sia genitore e non possa capire appieno cose del genere, mi pare una bella sintesi di quello che potrebbe provare una neomamma.

La seconda canzone da considerare bene, la migliore del disco secondo il mio (poco) autorevole giudizio, è la settima. Si chiama “Caroline”, e arriva dopo un interludio che divide a metà il disco. Analizziamo prima la parte musicale.

In sottofondo troviamo la chitarra di Marling con un arpeggio veloce di accordi “caldi”, come quelli di tutto il disco, cioè G e C, accompagnati però da note un po’ più tristi, come Em e Am. Perché si sta parlando di una vicenda un po’ malinconica: due ex amanti si incontrano in età avanzata e lui, che ai bei tempi le aveva scritto una canzone, ora non se la ricorda più bene. E comunque non vuole più saperne di lei, facendo capire che era stata proprio la dolce Caroline a mollarlo in precedenza.

È la canzone più movimentata del disco, non fosse altro che per il ritornello leggermente “catchy”, con una bella trovata stilistica:

It went la la la la la la la la la/La la, something something, Caroline

Molto carina, infatti, la scelta del “something something”, per sintetizzare il fatto che il protagonista non si ricordi del tutto la sua dedica all’amata.

E per ultimo c’è la canzone numero nove, “Lullaby”. Si tratta di una struggente nenia introdotta da poche note di chitarra e un soffice coro di sottofondo. Le parole sono quelle di una madre che vuole far addormentare il suo fanciullo. Fanciullo che, avendo una mamma con una voce del genere, farà sicuramente dei bei sogni:

Now's the evening/Time for sleeping/'Til the dawn/You're safe with me

Non sono tanto le parole, quanto l’atmosfera a far bello questo brano. Ti immagini questa madre su una sedia a dondolo, con in braccio il suo bambino, al sicuro, una pace dei sensi che ti lascia una sensazione di serenità dopo aver sentito il brano. Davvero molto bello, poi, l’accompagnamento di chitarra: ho provato a suonarlo ed è più complicato di quanto sembri.

Un bel disco, belle immagini, splendida voce, produzione senza difetti (per quanto ne posso capire io). Insomma ascoltalo, ci lavorerai bene insieme.

Immagine di Francesco Ursino

Francesco Ursino

Da oltre dieci anni, il vostro amichevole copywriter di quartiere. Già collaboratore di Trivago, Trovaprezzi, Segugio, Fox, Selectra, piccole e medie aziende di tutta Italia.

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