Di cosa parla questo articolo?
Dice che in Italia si ascolta sempre più musica nostrana, invece che straniera. E io, povero scemo che non sono altro, faccio sempre più fatica a decodificare il modo di fare dei cantanti italiani emergenti. Questo è un altro segno che mi dice che sto invecchiando.
Perché la musica è uno dei prodotti che più di ogni altro comunica chi siamo. Così come un vestito o una macchina, una canzone può impregnarsi di significati. Molte volte pensiamo che siano messaggi noti solo a noi (“Ascoltavo questa canzone quando facevo XYZ”), ma secondo me non è solo questo. Ascoltare musica vuole dire affermarsi nei confronti degli altri, dare un messaggio.
E questo discorso si appiccica veramente bene ai cantanti pop italiani giovani. Che attraverso le loro canzoni, consentono all’ascoltatore di identificarsi in maniera molto precisa. Non tanto – o non solo – per cosa dicono, ma per come lo dicono.
I giovani giovani italiani, tra un raga e un bella zio
I messaggi dei cantanti che ascoltano i giovani sono sempre più legati alle loro esperienze personali. Realtà urbane difficili, amori difficili, difficoltà in genere. E qui non c’è molto di diverso dal solito. Ma, come dicevo, è il come dicono tutte queste cose che mi pare interessante.
Molto spesso questi ragazzi saltano fasi intere di “gavetta”, grazie ai social e a tutto il resto. Hanno qualcosa da dire, lo dicono, e al pubblico piace. Questo fa sì – credo – che la loro preparazione non sia sempre completa. E che la loro dizione non sia sempre perfetta. Insomma, hanno inflessioni dialettali che tradiscono la loro provenienza.
Ma non è un difetto, anzi. E per primo lo diceva l’irreprensibile Rocco Hunt nel 2014: “La mia gente non deve partire/Il mio accento si deve sentire”:
E bravo a Rocco.
Una cosa diversa rispetto a Nino D’Angelo, Califano, persino De Andrè o, più recentemente, i Sud Sound System o Geolier. Loro si esprimono (non sempre) in dialetto. I molti dei giovani cantanti italiani sulla cresta dell’onda parlano con accento dialettale. E c’è una bella differenza.
Capolavoro totale.
Che rapporto c'è tra linguaggio, artisti italiani e musica?
Io sono un povero millennial che inizia francamente a capirci poco di Tik Tok, trap e cose del genere. Però ho fatto in tempo anche io a venire a contatto con il tipo di musica che poi si sarebbe trasformata nel fenomeno giovanile che è oggi. Tradotto in parole, la mia fissa rap tardo-adolescenziale era Mondo Marcio.
Oltre alle tematiche e allo stile, Marcio anticipava una delle tendenze della musica italiana moderna: l’accento. Solo che lui era talmente avanti che la sua parlata era una specie di americanata in salsa lombarda. Così “Bro” diventa “Fra” e via così:
Tutti quanti vogliono fare i soldi, right?
Andando avanti, per tutta una serie di ragioni che non spetta a me spiegare, il Bronx brianzolo di Mondo Marcio si è “normalizzato”. Non c’è stato più bisogno del Bronx, insomma, andava bene Buccinasco. Che è il luogo dove è cresciuto Fedez, uno di quelli che il suo accento milanese lo fa sentire eccome. Questa è una delle sue prime hit, del 2012:
Figa, senti le vocali belle aperte.
Come al solito, il rapporto tra realtà e intrattenimento è un circolo continuo. La realtà impone a Fedez di parlare in quel modo. Cantando così, lui ha successo. Avendo successo, chi lo ascolta si sente autorizzato a parlare in quel modo.
Ovviamente non c’è solo Fedez. Esiste tutta una pletora di cantanti italiani più o meno emergenti che fanno sfoggio del loro accento. E non solo milanese.
L'accento romano ha un flow che non ti dico
Consideriamo Pillole di Ariete. Nonostante il mio essere piuttosto estraneo a tutto il mondo che implica una canzone del genere, devo ammettere di averla ascoltata per diverso tempo:
Ascolta, chiudi gli occhi e sei a Roma sud, più o meno.
Mi chiedevo perché. Perché un tizio come me si era fissato per una canzone del genere. Io che inseguo oscuri gruppi musicali americani che non conosce nessuno. Di alcuni ho anche i dischi in edizione limitata. Tipo gli Speedy Ortiz, molto carini, senti:
Non sono stonati. Si chiamano dissonanze. E se sei un gruppo indie di scappati di casa sono fighissime.
Ritornando al discorso di Ariete, sono arrivato alla conclusione che ad affascinarmi non è il testo, non è la cantante, è proprio l’accento. Ammetto di essere ricorso al testo scritto per capire quali diavolo sono le prime due parole della canzone. Che ho scoperto essere Associo Roma (meglio, “Assoscioroma”). Rispetto al milanese, il romano mi pare avere un flow (consentitemi di essere ggiovane) molto diverso, più morbido, forse più vicino al napoletano.
In ogni caso, è una cosa affascinante. Perché è proprio l’accento che mi ha avvicinato un minimo a queste canzoni. Continuano a non piacermi – meglio, continuo a non capirle. Ma tramite il linguaggio, questi nuovi cantautori e cantanti emergenti mi hanno dato di che pensare. Dici tu: “Problemi tuoi”. E invece no, perché la faccenda non finisce qui.
Che succede se a un guagliò si sostituisce un raga
Trap, rap e hip-hop vanno per la maggiore oggi. Perché sono i generi fatti dai ragazzi per i ragazzi. Che si influenzano a vicenda. Questa cosa dell’accento, però, io la vedo spuntare fuori con forza solo adesso.
Quando ero piccoletto io, il rap era un’altra cosa. Si andava da cose che le senti oggi e dici: “Che diavolo”, ma devi ammettere che ti piacciono comunque. E si finiva con cose belle, belle belle come questa:
Sempre attuale.
Io mi ricordo chiaramente che la cosa “ganza” da fare era imitare lo scratch o fare un po’ di beatbox come veniva. Ma visto che tutto sommato i cantanti di noi “ggiovani” parlavano in maniera “normale”, non c’era tantissimo da fare. E oggi però non è così. Perché se il proprio cantante preferito parla con accento milanese, o romano, possono nascere fenomeni affascinanti.
Così, non è raro che sotto casa mia a Catanzaro Lido, Calabria, possa sentire ragazzini che alternano un “guagliò” a un “bella raga”, in mix calabro-lombardo che nemmeno anni di emigrazione e valigie di cartone erano riusciti a creare.

A proposito di mix nord-sud, sai che mischiare esperienze locali e globali ti può aiutare in così tanti modi che nemmeno ci pensi? Te lo spiego nell’articolo sulla glocalizzazione.
Il nostro accento si deve sentire, insomma
L’impresa dei nuovi cantautori e cantanti italiani, che nascono sulla strada e crescono sul web, è proprio questa. Riuscire a comunicare col loro linguaggio, che poi diventa il linguaggio dei fan.
Le canzoni dei rapper di oggi raccontano di cose universali, ma lo fanno in modo diverso. Non solo nello stile e nella forma, ma anche nell’accento. Ed è interessante pensare che oltre al milanese – l‘accento commerciale per eccezione – si affianchino anche altre voci, a volte più adatte e musicali.
Uno spot avanti anni luce.
Adesso che “il mio accento si deve sentire” profetizzato da Rocco Hunt è realtà, ora che il linguaggio si mescola con una facilità mai vista prima, è interessante capire come evolve e si imbastardisce il nostro linguaggio.
Siamo arrivati così avere una canzone vincitrice di Sanremo, La noia di Angelina Mango, dove si può sentire un melodrammatico “ammè mmi viene ammè mmi viene la noia”.
“Mi guardano male, allora dico che è difficile campare”, una parlata proprio terra terra.
Attraverso le inflessioni dialettali, i cantanti italiani emergenti comunicano messaggi. Perché crescere è una faccenda difficile. E far sentire da dove vieni non fa che avvicinarti ai tuoi ascoltatori.
Bella raga.
Francesco Ursino
Da oltre dieci anni, il vostro amichevole copywriter di quartiere. Già collaboratore di Trivago, Trovaprezzi, Segugio, Fox, Selectra, piccole e medie aziende di tutta Italia.
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