Di cosa parla questo articolo?
L’inizio del ricovero in ospedale, se lo fai per la prima volta, è come entrare in un mondo nel quale tutti sembrano già sapere cosa fare. Tutti tranne te. Ci sono i malati lì già da un po’ che ti scrutano dalla loro stanza, gli infermieri che, nella quotidianità del loro lavoro, fanno sembrare ordinario quello che per te è un fatto straordinario. E questo ti mette un po’ sul chi va là, ti obbliga a concentrarti su quello che ti dicono, ma anche come te lo dicono.
Ecco allora una piccola guida comunicativa per chi magari si sta preparando a vivere in ospedale per qualche giorno: forza e coraggio.
Come si parla quando si vive in ospedale?
Evidentemente qui non intendo parlare di fatti miei o di cose mediche. Voglio capire di cosa si parla, e come se ne parla, quando si entra in ospedale e si sta per un po’ di tempo. Dopo le pratiche di rito e l’entrata in stanza, gli infermieri che vennero a farmi il primo prelievo, vedendo che ero un ragazzo, la buttarono subito sulla battuta. Uno mi chiese:
- Infermiere sagace: Non mi dire che hai paura di un ago
- Io: No, non ho paura di questo
- Infermiere sagace: E di cosa?
- Io: Mhh
Chiedere di cosa ha paura uno che sta iniziando un ricovero che si protrarrà non si sa per quanto, proprio una cosa furba non è, tu che dici. Il tutto rientra in quel tipo di atteggiamento che, in quanto tizio relativamente giovane e di aspetto relativamente normale, sembra suggerire di potersi prendere una confidenza che a me dà sempre un po’ fastidio. Un approccio seguito sia da infermieri maschi sia femmine, specie se queste ultime sono esperte e con quel chiaro aspetto di persone che ne hanno viste (subite? fatte?) tante.
Dopo l’impatto con gli infermieri, c’era quello con i dottori. E qui la faccenda si faceva ancora più interessante.
Come si comunica con chi lavora in ospedale?
Sono stato ricoverato in un policlinico universitario, il che implica che oltre ai dottori normali c’era pure una sfilza di specializzandi e varie forme di assistenti. Era piacevole, quasi rassicurante, vedere tutta questa giovane vita che andava e veniva dalle corsie, spesso in modo esuberante e involontariamente caotico. Il primo giorno chiesi a una specializzanda come si chiamasse il dottore che mi stava visitando. Lei mi rispose: “Non lo so, è il mio primo giorno”. Che tutto sommato ci può stare, ma in senso lato fa comunque un po’ ridere.
Una delle conseguenze di tutta questa gioventù (e dell’avvenenza di certe specializzande, penso di poterlo dire senza timore di denunce per molestie), è che uno non sa mai come rivolgersi. Perché con un dottore o una dottoressa che presumi avere poco/molto di più della tua età, puoi andare sul sicuro e usare il lei, il voi o quello che è. Quando vedi una ragazza più piccola di te, ti viene da dare del tu. E così mi trovavo alcune volte a scusarmi per aver parlato con troppa confidenza a quella che, giovane quanto vuoi, è pur sempre una dottoressa. E durante le scuse davo del tu, peraltro. Un rincoglionimento comunicativo che nasceva da tante considerazioni involontarie:
- do del tu perché è una bella ragazza e vorrei prendere confidenza. Se la incontrassi per strada le darei del tu, perché qui non dovrei;
- la mia voglia di rispettare le regole (e di andare contro la corrente di gente che mena medici e infermieri come sport) mi dice di fermarmi e usare un tono più impersonale;
- chiedo scusa per educazione e, senza falsa modestia, per fare lo splendido e dimostrare che sono diverso dagli altri.
Tutto questo mentre stavo facendo esami che tutto sommato avevano una minima importanza. Il cervello è davvero affascinante.

Vuoi un argomento più leggero? Invece dei medici, leggi come comunicano i giovani cantanti italiani, con la loro dizione fantasiosa.
Tra resistenza e cinismo mestierante
È stato suggestivo sfogliare il sussidiario illustrato di come le persone approcciano la professione medica. Perché è normale, ci sono miliardi di personalità e approcci diversi. Cercavo di scorgere quello che Gaber chiamava il “cinismo mestierante e fastidioso” di questi strani esseri in camice e Crocs, e probabilmente in alcuni casi l’ho visto. Sia come sia, si tratta di persone che in certi casi, a un certo punto della loro vita, per un motivo, si sono convinte che fare bene agli altri era una cosa buona. Che fare questa cosa di cui parla il signor G nella canzone Gildo, con una sintesi degna solo dei geni totali assoluti, era giusta:
“Ma in ospedale dove la perdita è totale/ dove lo schifo che devi superare è quello di aiutare un uomo a vomitare/ dove non c’è più nessuna inibizione/ dal vomito al sudore alla defecazione/ allora salti il piano se lo sai saltare/ e entri in un altro reparto dell’amore."
Gildo - Giorgio Gaber
Il piano molti l’hanno saltato, ne sono sicuro. Che poi se ne siano pentiti è un altro discorso.
E stranamente un senso d’amore, che non so dire.
Era affascinante, inoltre, vedere come cambiava il loro modo di comunicare anche solo varcando la porta della mia camera. Perché quando uno è a contatto con un medico ci si scorda che è una persona, diventa solo una funzione, un mezzo per stare bene, è quasi immateriale. Invece, quando gli specializzandi uscivano dalla mia stanza, potevi sentire che tornavano ragazzi. Certi parlavano di dove andare il sabato sera. Ce n’era una (perennemente scazzata) che era preoccupata di dover dare un esame, e che chiedeva consigli a un’altra (che non mi sembrava molto convincente, devo dire).
Tante piccole storie, tanti modi di comunicare diversi, con una porta a separarmi dal mondo reale.
Il microcosmo della vita in ospedale
Perché quando passi del tempo in ospedale vivi di simboli. La tua tuta o il tuo pigiama fanno capire che fai parte dei malati, di quelli che hanno qualcosa che non va; le persone sane quando ti vengono a trovare hanno il giubbotto e i jeans, mica la vestaglia. E al tempo stesso, il camice ti fa capire che i medici stanno sopra gli infermieri, e le maglie colorate degli infermieri ti fanno capire che stanno sopra i tizi che ti portano da mangiare, sempre in canottiera bianca.
Comunque alla base ci siamo noi, i malati. In quei giorni ho parlato con diversa gente. Il mio vicino di stanza si affrettava a dire che il cibo faceva schifo (io mi sono fatto delle discrete mangiate invece, ti devo dire). Un altro vecchietto arzillo sbucava dalla porta della mia stanza per chiedere che stavo facendo (indovina, scrivevo, ma spiegare qual era il mio lavoro era impresa troppo ardua). Si parlava come si parla normalmente, per strada. Non c’era problema di dare del voi o del tu, come veniva. Una cosa, però, mi fa pensare. Anzi, a ritornarci su mi fa rabbrividire pure un po’.

Il giorno che il mio vicino di stanza se ne stava andando, lo salutai con piacere. Lui mi disse: “Buona fortuna”. Non ci feci caso, ma la cosa si ripeté anche il giorno quando me ne andai io. La vicina di stanza (una donna di cui potevo intuire la sorte, e questo mi fa sospirare), si congedò dicendo: “Buona fortuna”, e ricambiai anch’io per educazione.
Intendiamoci, di buone fortune in vita mia ne ho ricevute, ma questa era un filo diversa. Non era un buon fortuna per l’esame della patente, per l’interrogazione, per la partita allo stadio. Era un buona fortuna di non stare troppo male (o di stare bene, a seconda di quanto sei ottimista). Non so se è un’usanza di tutti gli ospedali, o se un tizio nel reparto un giorno ha iniziato a dirlo e tutti gli altri poi gli sono andati dietro. Però ecco, quello strano saluto mi spiazzava, e mi lascia ancora oggi un sapore in bocca amarognolo e appiccicoso.
E quindi niente, il ricovero in ospedale ti fa scoprire modi di parlare e di comunicare cose tanto complicate, da persone tanto differenti. Per riuscire a capirle davvero tutte, oltre a un mare di comprensione, ci vorrebbe davvero una gran fortuna.
Francesco Ursino
Da oltre dieci anni, il vostro amichevole copywriter di quartiere. Già collaboratore di Trivago, Trovaprezzi, Segugio, Fox, Selectra, piccole e medie aziende di tutta Italia.
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